sabato 28 maggio 2011

Alzati e Corri - Una mano tesa

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo Una mano tesa

Nella corsa, come nella vita, quando ti vieni a trovare in una situazione di difficoltà,  quando credi che tutto sia compromesso, puoi sempre trovare qualcuno disponibile a tenderti una mano e a tirarti fuori da quella situazione. Per questa ragione, nella corsa, come nella vita, è importante "non arrendersi mai".  

Nella nostra narrazione siamo arrivati alla fine del mese di maggio, esattamente al 28 maggio del 2011, quando a Villa Pamphili la Podistica Solidarietà organizza la “Corri per Telethon”, una corsa di 10 km che fa parte della campagna di sostegno alla ricerca sulle malattie genetiche.

Un appuntamento che non posso saltare, anche se la mia allergia stagionale si trova nella sua fase più acuta, e il pensiero di dover correre dentro un parco e in una giornata molto calda, mi incute un senso di grande preoccupazione.

Arrivo con largo anticipo per contribuire all’organizzazione della gara e le cose da fare sono così tante che la mia mente "archivia" ogni preoccupazione, anche se l’allergia si palesa in modo inequivocabile.

Dopo la partenza bastano pochi minuti per capire che le mie preoccupazioni erano ben fondate; il polverone alzato dalle centinaia di runner che mi precedono agisce come un potente detonatore delle mie reazioni allergiche e sento le mie capacità respiratorie peggiorare costantemente. Il mio “motore” perde colpi e diventa complicato affrontare in modo dignitoso l’impietoso saliscendi che caratterizza il "profilo" di Villa Pamphili.

Sono veramente in crisi, ma non mi arrendo e continuo ad arrancare sui vialetti polverosi. Raggiungiamo la zona del laghetto, meno polverosa e soprattutto in leggera discesa, quando vengo raggiunto da Anna Maria Ciani, una podista molto solidale, che vedendomi in chiara difficoltà mi dispensa i suoi preziosi consigli per migliorare la respirazione. In situazioni di difficoltà respiratoria è importante mantenere un controllo del ritmo respiratorio evitando il fenomeno dell’iperventilazione, caratterizzato da un ritmo respiratorio troppo rapido che ha l’effetto di ridurre la quantità di ossigeno assunta durante l’inspirazione, aumentando la sensazione di rimanere senza fiato.

Sto molto meglio e mi sento più sicuro, anche perché il traguardo si avvicina inesorabilmente. Ma c’è un pericolo in agguato, rappresentato da una salita tanto lunga quanto ripida, uno strappo in grado di “demolire” tutte le mie certezze. La cima mi sembra irraggiungibile e quindi evito di guardare in alto. Mi ingobbisco e affronto la salita con passo lento ma regolare.  Sono così concentrato che rischio di scontrarmi con un altro compagno di squadra, che ha smesso di correre e arranca con fatica verso la vetta. Non lo conosco, però mi giro verso di lui e gli chiedo se ha bisogno di aiuto. Mi tranquillizza, mi dice che preferisce camminare ma che è in grado di arrivare al traguardo.

Proseguo con il mio ritmo e raggiungo la cima, ma il peggio deve ancora arrivare. La mia allergia torna a farsi sentire e la mia respirazione ritorna ad uno stato di pericolosa precarietà. L’ultimo chilometro si consuma in un tratto particolarmente polveroso e questo rende questo finale veramente complesso. Vedo l’agognato traguardo in fondo al rettilineo, ma in quel momento sembra irraggiungibile. Avrei voglia di fermarmi ma in linea con la mia filosofia del “non mollare mai” cerco di non cedere alla sensazione. Sono veramente in crisi quando vedo materializzarsi accanto a me la figura imponente del mio compagno di squadra, quello che arrancava in salita. Mi ha raggiunto e ora è lui a preoccuparsi di me. Ci metto un po’ a realizzare che mi sta tendendo una mano; non posso rinunciare a quella spontanea offerta di aiuto, anche se arriva da un runner che non avevo mai incontrato prima, un runner che come me indossa una canotta orange che rappresenta un’implicita condivisione di valori che si richiamano al principio della solidarietà.

Prendo la sua mano e insieme arriviamo al traguardo, immortalati da una fotografia che ricorda la più famosa fotografia della “borraccia” scambiata tra Coppi e Bartoli. In quel caso nessuno è riuscito ad affermare con ragionevole certezza chi avesse offerto la borraccia all’altro, mentre nel nostro caso non ci sono dubbi, è stato quel compagno di squadra, al secolo Fabio Tucci, a tendere la mano a me e a “trascinarmi” al traguardo. Un gesto importante ma non così inusuale nel mondo della corsa.

Infatti la corsa è uno spaccato della società contemporanea, in cui puoi ritrovarci tutti i pregi e i difetti della mondo attuale. Ci sono senz’altro runner che si caratterizzano per individualismo e competitività estrema, ma ci sono anche tanti runner che non rinunciano a guardarsi indietro e se serve a fermarsi per aiutare un altro runner in difficoltà. E come accade nella vita di tutti i giorni, quando ti vieni a trovare in una situazione di difficoltà,  quando credi che tutto sia compromesso, puoi sempre trovare qualcuno disponibile a tenderti una mano e a tirarti fuori da quella situazione. Per questa ragione, nella corsa, come nella vita, è importante "non arrendersi mai".

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lunedì 23 maggio 2011

Alzati e Corri - La Paciotta

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo La Paciotta
  
Ci sono persone che se non ci fossero andrebbero inventate, e sono quelle persone in grado di fornire energia vitale al nostro ecosistema, che come tutti gli ecosistemi è fatto di elementi che producono energia, di elementi che la consumano, e di elementi che non fanno né una né l'altra cosa. Nessun ecosistema, specialmente di carattere sociale, potrebbe sopravvivere a lungo senza elementi in grado di trasmettere agli altri la loro energia.

Una società podistica evidentemente non può sfuggire a questa logica. Parlare del presidente Pino Coccia lo trovo quasi scontato, perché sono convinto che senza di lui la Podistica Solidarietà, almeno nelle forme in cui l'ho conosciuta, non sarebbe mai esistita, e quindi anche questa mia particolare esperienza avrebbe certamente avuto un corso diverso.
  
In questo capitolo mi piace però parlare di un altro "fornitore" di energia vitale, che ebbe un'influenza su questa mia personale avventura. Sto parlando di Daniela Paciotti, per tutti "la Paciotta", una ragazza imprigionata nel corpo di una donna matura.  

La Paciotta era un "pozzo" di energia vitale da cui si poteva attingere a piene mani quando ne avevi bisogno, in modo particolare, quando ti assalivano i dubbi, quando ti chiedevi se la tua decisione di lanciarti in un’avventura apparentemente più grande di te, fosse stata una decisione avventata. In quei momenti la Paciotta, con il suo esempio, rappresentava un’implicita forma di rassicurazione. Non c’era ostacolo che non si potesse affrontare, non c’era distanza che non si potesse superare, un passo dietro l’altro e soprattutto con il sorriso sulle labbra.

La determinazione e la tenacia erano le caratteristiche principali della versione podistica di Daniela, quelle che metteva in evidenza in ogni gara, quelle che potevi immediatamente percepire quando la osservavi in azione. Ma il “vero trucco” della paciotta era quello di esprimere tutto questo con passione e gioia di vivere.

Osservare Daniela in azione era nel mio caso un modo di guardarmi dentro alla ricerca di nuove risorse motivazionali, alla ricerca di quella convinzione che può moltiplicare le forze di una persona, alla ricerca di quelle paroline chiave che a volte sono riuscite addirittura a cambiare le sorti della storia: “si può fare”.

La notizia straordinaria per me era che anche la paciotta aveva deciso di "gettare il cuore oltre l’ostacolo” e di iscriversi alla Maratona di Firenze, dove avrebbe realizzato il suo esordio sulla distanza di 42.195 metri.

Da lì, fino a quel fatidico 27 novembre, ogni volta che un dubbio sarebbe affiorato nella mia mente avrei attinto al mio pozzo di energia per rassicurare me stesso e ripetermi le paroline magiche: “si può fare”.

La Maratona di Firenze sarebbe diventata la Maratona di esordio anche per altri due amici Cristiano Giovannangeli e David Kevorkian, il toscano. Loro però erano podisti doc, di quelli più seri, in grado di programmare la loro avventura in modo più razionale di quanto lo avremmo fatto io e la paciotta.

Io e la Paciotta avremmo puntato tutto sulle emozioni, le ali che ci avrebbero portato al traguardo di questa sfida.
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venerdì 20 maggio 2011

Alzati e Corri - La corsa è libertà

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo La corsa è libertà
 
Vivi, corri per qualcosa, corri per un motivo… che sia la libertà di volare o solo di sentirsi vivo… (dalla canzone “La Libertà Di Volare” dei Nomadi)
 
La corsa è libertà. Se frequentate un runner, avrete certamente sentito ripetere questa frase, anche in modo ossessivo, nel tentativo disperato di condensare l'essenza più profonda della corsa.

Del resto la libertà è forse il valore più importante della vita umana, un valore per il quale molti uomini, nella lunga storia dell’umanità, hanno trovato la forza di sacrificare un altro valore supremo, quello della propria vita.  A pochi mesi dal mio ingresso nella comunità dei runner potevo confermare che la corsa è in grado di regalare una grande sensazione di libertà.
 
Sono certo che queste riflessioni sulla libertà hanno percorso la testa di molti tra i podisti che hanno varcato gli alti cancelli della Casa Circondariale di Rebibbia per prendere parte ad una speciale edizione di Vivicittà, la grande kermess podistica organizzata dalla UISP. Questa particolare edizione si svolge all’interno del complesso penitenziario romano e consente un confronto sportivo e umano tra uomini liberi e uomini che invece la libertà l’hanno persa. Storie umane apparentemente molto diverse tra loro, che per alcune ore si incrociano, eliminando ogni diversità.
 
Già… perché quando gli uomini mettono fondo alle loro risorse fisiche e mentali, affrontandosi in una competizione leale, la loro storia personale non conta più nulla. Quegli uomini sono veramente uguali e uniti dall’unica cosa che è in grado di superare tutte le barriere umane: lo sport.
 
Ma questo evento non è stata solo corsa, è stata tante cose di più. E’ stata un momento di socializzazione, di dialogo, di speranza, che poi è anche l’unica cosa che può restituire all’uomo la sua dignità e la sua libertà. A questo proposito mi piace citare la frase pronunciata dal protagonista del film “Sulle Ali della Libertà”: “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”.
 
E tutti coloro che hanno preso parte a questo straordinario momento non hanno avuto paura. Non hanno avuto paura di confrontarsi, di correre insieme, di sfidare il caldo e le insidie del percorso, di soffrire, di ridere, di parlare, di applaudire, di bere e di mangiare insieme. Dentro quelle mura si è vissuto un momento di grande speranza e alla fine della giornata quelle mura erano un po’ più basse del normale e attraverso di esse si poteva intravedere l’orizzonte.
 
Il Vivicittà Rebibbia è stato poi un modo di ribadire il binomio tra podismo e solidarietà, la possibilità di unire una grande passione, come quella podistica, con una enorme motivazione, come quella solidale. Un evento che ha del miracoloso, perché supera tutte le difficoltà  e tutte le differenze. Una sorta di miracolo umano e sportivo i cui meriti vanno ascritti in parte alla UISP Roma e in parte alla volontà di Giovanni, un “podista solidale” che dentro Rebibbia ci lavora, e che ha speso molte delle sue energie nell’organizzazione di questa gara, disegnando e poi preparando il percorso. Era bellissimo guardare gli occhi di Giovanni alla fine della giornata; erano pieni di legittima gioia, di quella soddisfazione che solo gli uomini “ricchi dentro" possono provare quando sanno di aver realizzato qualcosa di importante: quegli uomini che fanno le cose con il cuore e non solo perché le devono fare.
 
Ma attenzione, l'aspetto sportivo di questa gara non può essere sottovalutato, con prestazioni importanti nonostante le difficoltà del percorso. Si è trattato di una gara vera, con la prova non competitiva dominata dagli atleti detenuti, e la competitiva ad appannaggio degli atleti “venuti da fuori”.
 
Ora seguendo il filo logico di questo grande racconto dovrei parlare della mia prova sportiva, su quanto questa prova possa aver contribuito alla mia "preparazione" verso la Maratona di Firenze. Invece non lo posso fare, perché a causa della mia allergia ho ritenuto saggio "abbandonare" dopo appena 4 km, affrontando il primo "ritiro" della mia giovane carriera podistica. Eppure sono certo che questo evento abbia fornito un grande contributo nel percorso verso Firenze, perché ha contribuito a dare valore al mio impegno podistico, rendendolo ancora più solido.

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domenica 3 aprile 2011

Alzati e Corri - Correre, correre, correre...

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo Correre, correre, correre...
 
La febbre della Maratona comportò importanti modificazioni nel mio rapporto con la corsa. La frequenza dei miei allenamenti aumentò sensibilmente e la partecipazione alle gare divenne sempre più costante. Se nel mese di aprile avrei partecipato a 3 gare, nel mese di maggio sarei arrivato alla quota record di 6.
 
Le motivazioni correlate al mio obiettivo mi portarono a superare alcuni elementi che in un altro periodo della mia vita avrebbero funzionato come potenti dissuasori nei confronti dell'attività fisica. Tra questi l'allergia "stagionale", con i fenomeni asmatici correlati, e il caldo, che quell'anno si fece sentire già a partire dalla stagione primaverile. Caldo e allergia rappresentano certamente una combinazione disastrosa per un runner. La mancanza di aria per chi deve correre è come la mancanza di benzina per un automobile, perché l'ossigeno è il principale "carburante" del metabolismo aerobico, quello che caratterizza la disciplina della corsa. E' frustante girarsi per vedere chi ci sta seguendo, e solo allora realizzare che quel rumore percepito alle spalle non era altro che il rantolio dell'apparato respiratorio in piena crisi asmatica. Nel momento in cui percepisci di "andare a 3 cilindri", usando una comune metafora tratta dal mondo motoristico, devi esercitare tutta la tua forza di volontà per continuare a correre e non abbandonarti sulla prima panchina libera.

Il caldo mi aiutò anche nel percorso di "alleggerimento" riferito all'abbigliamento. Nella prima fase della mia esperienza di runner avevo corso con un equipaggiamento improbabile, molto "carico", più adatto a un esploratore antartico che a un runner. Con l'ingresso della primavera incominciai quel percorso di redenzione che mi portò a comprendere l'importanza di un equipaggiamento leggero e soprattutto tecnico, e questo non solo nelle stagioni calde.

Lo spirito di squadra che caratterizzava il gruppo della Podistica Solidarietà e gli obiettivi solidali che erano alla base della partecipazione alle gare, erano potenti motivazioni che, sommate all'obiettivo Maratona, mi aiutarono a superare quelle oggettive difficoltà correlate al periodo primaverile.
 
Mi ritrovai quindi a correre, correre, correre, sempre di più, completamente coinvolto in quel vortice emozionale che mi aveva fatto definitivamente archiviare il mio recente passato di "divanista aficionados".
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lunedì 28 marzo 2011

Alzati e Corri - Lo avevo fatto

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo Lo avevo fatto
    
Sì, lo avevo fatto, avevo richiesto l’iscrizione alla Maratona di Firenze. Mi ero candidato ad affrontare la "regina" delle corse su strada: Maratona, solo il nome incuteva un certa paura. L’avventura per me era iniziata nel preciso istante in cui l’avevo concepita e sarebbe stata una mia compagna fedele da lì fino al momento in cui la stessa si sarebbe definitivamente realizzata.

Non ci sarebbe stato giorno in cui quel pensiero non avrebbe fatto capolino nella mia mente; qualche volta sarebbe apparso come un pensiero positivo, in grado di rallegrare la mia giornata, altre volte sarebbe apparso come un pensiero negativo, in grado di incrinare la mia fiducia sul buon esito dell’operazione. In ogni caso sarebbe stato un pensiero in grado di focalizzare tutta la mia attenzione.

Fu così che iniziai ad approfondire l’argomento per cercare di dominarlo, usando in fondo la stessa strategia già usata nel caso della Roma-Ostia; del resto correre una Maratona non era una cosa di tutti i giorni e quindi richiedeva anche una certa preparazione mentale. Appena pochi mesi prima consideravo la Maratona una specialità per “superuomini”, e ora mi ero inopinatamente associato a questa categoria di persone fuori dal comune senza però averne gli attributi.

Avevo bisogno di dimensionare la sfida per sentirla alla mia portata e quindi, seguendo un mio tipico schema mentale, dovevo riuscire a comprenderne ogni sfaccettatura.

Per tutti gli aspetti relativi alla preparazione atletica mi sentivo “in una botte di ferro”, potendo contare sull’aiuto del presidentissimo Pino Coccia, detto anche Pino Coach, ma una Maratona era qualcosa che andava oltre la preparazione atletica.

Iniziai a peregrinare tra la miriade di fonti disponibili su Internet, cercando di trovare un filo logico tra il “tutto” e il “contrario di tutto”. Già perché in quel percorso di approfondimento mi resi conto che si poteva correre una Maratona con strategie molto diverse fra loro, addirittura con strategie contrapposte. Mi addentrai in argomenti  molto tecnici e difficili da dominare, come quelli relativi all’alimentazione e all’integrazione, che risvegliarono tutto il mio interesse per la fisiologia umana.

La Maratona entrò a far parte della mia vita quotidiana e anche in quella di amici, colleghi, e familiari, costretti ad assecondare la mia “follia”. Anche se va precisato che l’idea che io, già proprio io, ricordato come un “divanista” convinto, uno sportivo occasionale ed incostante, avessi deciso di lanciarmi in una sfida così ambiziosa, stimolava la loro curiosità, incoraggiando le domande più disparate. Alcune di queste domande dimostravano la scarsa conoscenza che la maggior parte del persone avevano di una disciplina che dal punto di vista mediatico non è certamente “sotto la luce dei riflettori”. 

In questo contesto la domanda più scontata e disarmante che si può rivolgere a un maratoneta o, come nel mio caso, a un aspirante tale, è:  “Ma quanti km sono una Maratona?”.  Segue la faccia sorpresa di fronte a quel “42” sparato con una punta di malcelato orgoglio come risposta a questa domanda.  Nel mio caso poi la sequenza prevedeva anche la seconda domanda di rito, ancora più disarmante della prima: “E quella di Firenze?”. Sempre “42”, tutte le Maratone sono lunghe 42 km, anzi, per essere più precisi, “42,195”. Una precisione che l’interlocutore normalmente interpreta come “pignoleria”. Avrei invece scoperto sulla mia pelle, che citare quel “virgola 195” non è una pignoleria, ma una doverosa operazione di verità: perché sono i 195 metri più lunghi della vita di un maratoneta.
     
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domenica 27 marzo 2011

Alzati e Corri - Una Maratona a portata di click

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo Una Maratona a portata di click
    
Quando? Questa domanda risuonava nella mia mente in una forma che potrei definire ossessiva. Consultavo frequentemente il calendario podistico in cerca di un'ispirazione e in questa ricerca la mia attenzione tendeva a focalizzarsi sulla Maratona di Firenze, schedulata per l'ultima domenica di novembre.
 
Firenze, per ragioni di carattere personale, esercita sempre un'attrazione forte nei miei confronti e l'idea di affrontare una prova così ardua in un ambiente a me familiare mi appariva come una condizione ideale. Inoltre, il fatto che mancasse ancora così tanto tempo al suo svolgimento era un elemento per me molto rassicurante.
 
Scorrevo continuamente quel calendario, analizzando le tante Maratone che lo popolavano e cercando l'ispirazione definitiva. Alla fine però tutte le mie analisi sembravano convergere sulla Maratona di Firenze.
 
Mi mancava il coraggio per trarre la doverosa conclusione e richiedere l'iscrizione a questa prestigiosa Maratona, la seconda in Italia per partecipazione, dopo quella di Roma. In fondo bastava un semplice click per "superare il Rubicone" e dare ufficialmente il via a questa nuova avventura.  
 
C'era qualcosa che mi bloccava e mi impediva di farlo, ma l'attrazione cresceva giorno dopo giorno. Guardavo continuamente le foto della Maratona di Roma, soffermandomi su quel senso di sofferenza misto gioia che potevo leggere nei volti dei miei compagni di squadra immortalati a pochi metri dall'arrivo. Sentivo che avevo una grande voglia di vivere in prima persona quelle stesse emozioni. Eppure non riuscivo ad andare fino in fondo e cliccare sulla voce "Mi voglio iscrivere a questa gara".
 
Fu un elemento che potrebbe apparire insignificante a forzare la mia decisione. In una delle tante riflessioni che facevo intorno alla Maratona di Firenze soffermai la mia attenzione sulla data. Fino a quel momento avevo letto quella data in modo generico, come l'ultima domenica di novembre, mentre quel giorno notai che quella data era il 27 di novembre.
 
Vi avevo già detto che in questa storia le date sono importanti e quel 27 novembre aveva un valore altamente simbolico per me. Il mio primo goffo tentativo di correre era datato 27 novembre del 2010 e la Maratona di Firenze si correva il 27 novembre del 2011, esattamente un anno dopo. Come potevo sottovalutare questo curioso elemento?
 
Non avevo più scuse, dovevo farlo. L'esordio in Maratona era lì a portata di un semplice click e io non potevo o semplicemente non volevo tirarmi indietro. La mia mano guidò decisa il mouse su quel pulsante che era sempre lì in attesa della mia decisione. Click. Lo avevo fatto, avevo dato il via ad una nuova avventura. Mancavano ancora 8 mesi, ma quella sfida la sentivo molto vicina, anche troppo.
 
Quel pensiero avrebbe accompagnato ogni mia giornata, fino a quel 27 novembre.
     
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domenica 20 marzo 2011

Alzati e Corri - Galeotto fu l'incontro

Alzati e Corri
dal divano alla Maratona in 365 giorni
Capitolo Galeotto fu l'incontro
    
La Roma-Ostia era stata per me fonte di grande soddisfazione, ma il dolce sapore di quel successo aveva al contempo combinato un vero e proprio "disastro" perché aveva generato un salto di qualità rispetto alla mia passione per la corsa.
 
Ormai ero completamente entrato "in fissa" per questo sport e le mie partecipazioni alle gare si facevano più frequenti. Mi sentivo sempre più integrato con il mio team e questo rendeva ancora più divertente la mia partecipazione alle gare. Il pre-gara e il post-gara sono due importanti momenti di socializzazione che creano un clima di grande coinvolgimento. Cominci a sentirti un elemento importante del gruppo e quindi quando decidi di non partecipare a una gara ti sembra quasi di tradire i tuoi compagni. Nella Podistica Solidarietà esiste poi una relazione diretta tra premi di società vinti e donazioni effettuate e quindi la partecipazione a una gara è qualcosa di più di una questione sportiva, diventando di fatto una questione solidale. Infatti i premi di società vengono vinti secondo un criterio quantitativo di partecipazione e, in alcuni casi, un atleta in più o in meno può fare la differenza. Sapere che la tua corsa può trasformarsi in una "donazione" a un'associazione con finalità benefiche rappresenta una grande motivazione.
   
In ogni caso la "febbre della Roma-Ostia" aveva generato in me la voglia di pormi un nuovo obiettivo ambizioso e sfidante, un obiettivo che mi permettesse di vivere ancora quelle emozioni che avevano preceduto la mia partecipazione alla mezza maratona più prestigiosa d'Italia. 
 
Tre settimane dopo la Roma-Ostia a Roma si correva la Maratona di Roma, la più importante manifestazione italiana sulla distanza di 42.195 metri. Venni completamente "catturato" dal vortice di emozioni dei miei compagni di squadra e passai ogni momento libero a "navigare" nell'area social del sito della Podistica Solidarietà, leggendo tutti i commenti che riguardavano la Maratona di Roma. In modo particolare ero affascinato dai commenti inseriti dagli esordienti sulla distanza, i quali mostravano di essere in preda alla stessa "febbre" che mi aveva colpito prima della Roma-Ostia.
 
Questa volta però fui sufficientemente saggio da non lasciarmi coinvolgere al punto di giocare di azzardo e di buttarmi in quell'avventura. Folle sì, ma non fino a quel punto. In quei giorni maturai però la certezza che prima o poi avrei corso una Maratona. Non sapevo quando, non sapevo come, ma dovevo farlo, perché quella era la "madre di tutte le corse".
 
In prossimità di quella manifestazione alcuni atleti della nostra società avevano organizzato un incontro per trattare il tema della partecipazione alla Maratona da punti di vista diversi, in modo particolare dal punto di vista della preparazione atletica necessaria e dal punto di vista della preparazione mentale. Non me lo feci ripetere due volte e aderì immediatamente all'invito ricevuto via mail. Avevo bisogno di capire meglio cosa significasse realmente partecipare a una Maratona. Arrivai all'appuntamento carico di curiosità e mi ritrovai ad ascoltare gli interventi dei relatori con estrema attenzione. Sapendo di essere un "corridore di testa" e non "di gambe", venni completamente catturato dagli interventi di natura mentale e dalle vivaci discussioni che esse scatenarono. La relazione sulla preparazione atletica risultò invece scoraggiante perché secondo il relatore la partecipazione a una Maratona prevedeva un programma di allenamento che mi sembrava troppo difficile per le mie possibilità e anche per il tempo a mia disposizione.
  
Nonostante questo particolare aspetto, quando uscii dalla sala e ripresi la via di casa, ebbi la sensazione che uno strano ghigno si fosse scolpito sulla mia faccia. Ripassavo mentalmente i contenuti della relazione di Francesca, la psicologa che aveva trattato il tema della preparazione mentale, e mi sentivo sempre più attratto dall'idea di partecipare a una Maratona. Galeotto fu quell'incontro.
 
Domenica 20 marzo, il grande giorno della Maratona di Roma, mi alzai di buon ora e mi recai all'appuntamento dei nostri maratoneti, sulla scalinata di Colle Oppio, per vivere insieme a loro le grandi emozioni che circondavano questo evento. Non c'è miglior modo per ammalarsi che recarsi a un appuntamento con centinaia di persone malate e che fanno di tutto per trasmettere il loro virus, persone che non usano alcuna precauzione nei confronti dei loro amici ancora sani.
 
La Maratona è una grande festa di popolo e quindi è difficile non lasciarsi coinvolgere da questo tipo di manifestazioni. Fu così anche per me. Quando lasciai l'area della Maratona per tornare a casa ero ormai in preda alla "febbre della domenica mattina" e dentro la mia testa le domande che iniziavano con "se" avavano già ricevuto la loro risposta. Nella mia testa era rimasta una sola domanda, molto secca e puntuale: "Quando?". 
     
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